Cosa fare, davvero, nel momento esatto in cui un'emozione ti sale addosso

8/29/2026

C'è un momento preciso in cui tutto si decide, e dura pochissimo, pochi secondi, a volte meno.
È il momento in cui senti l'emozione arrivare: il petto che si stringe, la voce che trema, quella fitta improvvisa che ti fa venire voglia di piangere in ascensore, in macchina, davanti al lavandino con i piatti in mano.

In quel momento, quasi sempre, facciamo una delle due cose che ci hanno insegnato: la spegniamo (respiro, mi ricompongo, vado avanti) oppure la lasciamo esplodere addosso a chi abbiamo più vicino, che spesso non c'entra niente. Nessuna delle due ci insegna davvero a stare con quello che sentiamo. La prima ci allena a scappare, la seconda ci allena a scaricare. Nessuna ci insegna a restare.

Oggi ti do qualcosa di diverso: non teoria, non un altro concetto da capire, un esercizio vero e proprio, da usare esattamente in quel momento lì. Non prima, non dopo.
Nel momento in cui senti che sta arrivando.

Prima di tutto: il problema non è l'emozione, è la velocità con cui la scacci

Nessuna emozione, per quanto forte, dura da sola più di qualche minuto se la lasci semplicemente stare.
Quello che dura ore, o giorni, è quello che costruiamo intorno all'emozione: il giudizio ("non dovrei sentirmi così"), la storia che ci raccontiamo ("sono sempre la solita, non riesco mai a reagire bene"), la lotta per non sentirla. È la lotta che stanca, non l'emozione in sé.

L'esercizio che ti propongo lavora esattamente su questo: fermare la lotta, per pochi minuti, e lasciare che l'emozione faccia il suo corso naturale.

L'esercizio: i tre passi, da fare sul momento

1. Nomina, senza correggere. Nel momento in cui la senti arrivare, di', anche solo mentalmente, o a bassa voce se sei sola, cosa stai sentendo, con un nome preciso: "sto provando rabbia", "sto provando vergogna", "sto provando un dolore che non capisco ancora bene". Non aggiungere nient'altro. Non "ma non dovrei", non "è una sciocchezza". Solo il nome, nudo, senza commento.

2. Trova dove sta nel corpo. Chiediti, per cinque secondi: dove la sento, fisicamente? Petto, gola, stomaco, mascella serrata? Non serve analizzarlo, serve solo notarlo. Il corpo tiene le emozioni molto prima che la mente le capisca, e portare l'attenzione lì, invece che nel pensiero che gira in loop, spesso basta da solo ad abbassare l'intensità.

3. Resta, per novanta secondi, senza fare niente. Questo è il passo che quasi tutte saltiamo, perché fa paura: non fare niente. Non sistemarla, non spiegartela, non cercare la soluzione. Solo novanta secondi, puoi contarli, se ti aiuta, in cui lasci che l'onda salga e poi scenda da sola, senza intervenire. Non è tempo perso: è il tempo minimo perché un'emozione, semplicemente lasciata stare, faccia il suo corso fisiologico naturale.

Dopo i novanta secondi

Non tutto si risolve in un minuto e mezzo, e non è quello l'obiettivo. L'obiettivo è più piccolo e più concreto: interrompere il riflesso automatico di scappare o esplodere, e sostituirlo, anche solo una volta, anche in modo imperfetto, con il gesto di restare. Con l'allenamento, quei novanta secondi cominciano a bastare per molte più cose di quanto pensi.

Un consiglio pratico per iniziare

Non aspettare la prossima crisi grande per provarlo.
Scegli, per questa settimana, un'emozione piccola e quotidiana, il fastidio per il traffico, l'irritazione per un messaggio non risposto, la stanchezza di fine giornata, e fai l'esercizio proprio su quella.
Le emozioni piccole sono la palestra perfetta: bassa posta in gioco, stesso meccanismo. Quando arriverà quella grande, avrai già le mani allenate.

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Patrizia Boniffi

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