Il mezzo ascolto
Patrizia
7/25/2026


Ti è mai capitato di accorgerti, a metà di una conversazione, che non hai sentito una parola di quello che l'altra persona ti stava dicendo? Non perché fossi distratta da qualcosa fuori, ma perché dentro di te stavi già preparando la risposta.
A me capita più spesso di quanto mi piaccia ammettere. E lavorando come lavoro io, in aula, negli studi, nei colloqui di mediazione, è una cosa che ho imparato a riconoscere anche negli altri, quasi a colpo d'occhio.
Lo vedo durante i corsi: faccio una domanda, qualcuno risponde, e mentre ancora sta parlando vedo altre due o tre persone che non lo stanno più ascoltando, stanno già scrivendo mentalmente quello che diranno loro. Hanno sentito le prime parole, poi hanno smesso di seguire.
Lo vedo, ancora di più, quando accompagno due persone in un percorso di mediazione. Uno parla, l'altro aspetta, non ascolta, aspetta, che finisca per dire la sua. E alla fine nessuno dei due ha davvero registrato cosa intendeva l'altro. Si sono solo scambiati dei turni.
E lo trovo anche a casa mia, quando qualcuno mi racconta qualcosa al telefono e io, con la coda dell'occhio, sto già leggendo una mail che è appena arrivata.
In tutte queste scene la sostanza è la stessa: c'è del suono, ma non c'è ascolto.
Per tanto tempo ho pensato che fosse solo colpa dei telefoni, di quanto siamo tutte più distratte di prima. Ma osservandolo da vicino, negli anni, mi sono convinta che sia qualcosa di più profondo, e più umano, di un semplice problema di attenzione.
Restare del tutto dentro un momento, ascoltando davvero, significa anche sentirlo fino in fondo. E non tutti i momenti sono comodi da sentire così. È più facile ascoltare a metà una conversazione che ci mette a disagio, leggere a metà un messaggio che ci fa venire l'ansia, vivere a metà una giornata pesante. Il mezzo ascolto, in un certo senso, ci protegge.
Il problema è che quella protezione non sa distinguere. Ci protegge anche dalle cose belle. Se alleniamo la testa a restare sempre un passo fuori, quel passo fuori lo facciamo anche quando non servirebbe, durante un pranzo che aspettavamo tutta la settimana, durante un abbraccio, durante una frase importante che qualcuno ci sta dicendo con fatica.
E quello che si perde, in queste piccole assenze, non è mai eclatante. Non è un litigio, non è un errore grosso. È più sottile: la persona che ti ripete tre volte la stessa cosa perché la prima volta non l'avevi davvero registrata. Il corso da cui esci con dei bei appunti ma senza aver capito fino in fondo. La giornata che, guardata la sera, ti sembra passata senza lasciare traccia, anche se in superficie hai fatto tutto quello che dovevi.
Una cosa che faccio, quando me ne accorgo, e che condivido spesso anche in aula, è molto semplice, quasi banale a dirla: prima che l'altra persona inizi davvero a parlare, mi fermo un secondo e decido, consapevolmente, che per quei minuti non sto preparando risposte. Sto solo ricevendo. E se durante il discorso mi accorgo che la testa è già scappata a pensare cosa dirò io, non mi giudico, la riporto indietro, piano, come si fa con un cane che tira il guinzaglio.
Poi, quando l'altra persona finisce di parlare, provo a lasciare un secondo di silenzio prima di rispondere. Quel secondo, quasi sempre, è il segno che ho davvero ascoltato, non solo aspettato il mio turno.
Sembra poco. Ma se lo provi per qualche giorno, in un paio di conversazioni che contano per te, penso che te ne accorgerai: cambia quello che ricordi dell'altra persona, e cambia anche come ti senti tu, alla fine dello scambio.
Una piccola pratica
Se vuoi provarci, non serve aspettare una conversazione importante. Scegline una qualunque, oggi, anche solo due minuti al telefono con qualcuno di famiglia. Per quei due minuti, l'unico obiettivo è non pensare a cosa risponderai. Solo questo. Poi lascia che la conversazione prosegua come farebbe comunque.
Nell'ultima conversazione importante che hai avuto, quanto hai ascoltato davvero, e quanto hai solo aspettato il tuo turno?
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Patrizia Boniffi
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