"Non sono ancora abbastanza preparata": la storia di un pensiero che mi ha accompagnata per una vita

9/12/2026

Ti racconto una cosa di me che non ho mai scritto così chiaramente, prima d'ora.

C'è un pensiero che mi porto dietro da quando ero bambina, dai primi anni di scuola elementare: un senso profondo di non essere abbastanza. Non so nemmeno indicarti l'episodio preciso in cui è nato, è più come un rumore di fondo che ho imparato a sentire prestissimo, e che per decenni ho tradotto sempre nello stesso modo: non sono ancora abbastanza preparata.

Se guardo la mia vita da fuori, con un po' di distanza, la vedo tutta punteggiata da questo pensiero. Un esame tecnico che ho affrontato due volte, e per due volte non sono riuscita a superarlo. Un diploma vissuto, invece che come un traguardo, come una delusione. E poi, per anni e anni, una fila quasi ininterrotta di corsi, master, certificazioni, una laurea, formazioni su formazioni, quasi senza fermarmi mai, come se ogni nuovo attestato dovesse finalmente essere quello buono, quello che mi avrebbe fatta sentire pronta.

Studiare come fuga, e anche come scusa

Per molto tempo mi sono raccontata che tutto quello studio fosse solo passione, curiosità, voglia di crescere. In parte era vero, ma se sono onesta fino in fondo, e lo sto imparando a essere sempre di più, c'era anche altro sotto.

Era una fuga, sì: ogni volta che il pensiero "non basti ancora" si affacciava, la risposta più veloce era iscrivermi a qualcos'altro, così non dovevo restare lì, dentro quella sensazione scomoda, a chiedermi cosa significasse davvero, ma era anche qualcosa di più sottile, che ho capito solo dopo: era una giustificazione.
Finché studiavo, finché ero "in formazione", potevo dirmi che stavo facendo qualcosa di giusto, di produttivo, di legittimo. Non dovevo affrontare la domanda più scomoda di tutte: e se, anche fermandomi a studiare, il pensiero non sparisse comunque?

Il momento in cui ho detto basta

Non è successo con un'illuminazione improvvisa, è successo pian piano, osservando qualcosa che continuava ad accadere sotto i miei occhi, e che per molto tempo non avevo voluto vedere per quello che era: le persone continuavano a venire da me. Mi cercavano. Tornavano. Mi consigliavano ad altri.

A un certo punto mi sono fermata davvero, e mi sono detta: basta. Non basta nel senso di arrendermi, basta nel senso di smettere di ignorare l'evidenza che avevo davanti, se le persone continuavano a cercarmi, a fidarsi di me, a portarmi i loro problemi più delicati, forse il problema non era che non fossi preparata; forse ero brava, e semplicemente non me lo ero mai lasciata dire da me stessa.

Cosa c'era davvero, sotto quel pensiero

Quando mi sono fermata ad ascoltarlo per davvero, invece di scappare nell'ennesimo corso, ho trovato una cosa molto precisa: il confronto continuo con gli altri; mi guardavo intorno, colleghe, formatrici, altre professioniste, e le vedevo tutte più competenti di me, più sicure, più "arrivate"; mi misuravo su di loro, sempre, e naturalmente uscivo sempre perdente da quel confronto.

Solo dopo ho capito una cosa semplice, ma che mi ci è voluto tempo a interiorizzare davvero: confrontarsi non è quasi mai un buon metro. Ognuno di noi è diverso, ha competenze diverse, un percorso diverso, capacità diverse maturate in modi diversi, misurarmi su un metro che non era il mio significava condannarmi in partenza a sentirmi sempre indietro, qualunque cosa avessi già fatto o imparato.

Cosa è cambiato, e cosa non tornerebbe indietro

Oggi quel pensiero non c'è più.
Non lo dico con leggerezza, perché mi ha accompagnata per decenni, e sapere che se n'è andato per me ha un peso reale.
Il progetto a cui sto lavorando ora nasce esattamente da lì: da quello che so fare bene, non da quello che ancora mi manca imparare. È la prima volta, in tutta la mia vita professionale, che parto da un "sono pronta" invece che da un "mi manca ancora qualcosa".

Non significa che studiare fosse sbagliato, anzi, ogni singolo pezzo di quel percorso mi ha dato qualcosa che oggi uso davvero. Il problema non era studiare, era non fermarsi mai abbastanza a lungo da applicare quello che avevo già imparato, prima di correre verso il prossimo attestato.

Cosa mi piacerebbe che ti portassi via da questa storia

Formarsi va benissimo. Studiare, imparare, aggiornarsi, sono cose belle e utili, non le sconsiglierei mai a nessuna, ma c'è un momento in cui la formazione smette di essere crescita e diventa rifugio: quando non finisce mai, quando ogni nuovo corso arriva prima ancora di aver messo alla prova quello imparato col corso precedente.

Non si può restare studentesse a vita. A un certo punto, quello che hai imparato va applicato, con tutti i dubbi, le imperfezioni e la paura di non essere ancora "abbastanza" che, probabilmente, non sparirà mai del tutto prima di provarci.

Quattro domande da farti, se ti riconosci in questa storia

  • C'è un ambito della tua vita in cui continui a "prepararti" invece di iniziare davvero?

  • Con chi ti stai confrontando quando ti senti inadeguata, e quel confronto è davvero equo, o stai misurando la tua vita col metro di qualcun altro?

  • Che segnale concreto, nella tua vita reale, ti dice già che sei più pronta di quanto ti senti?

  • Cosa faresti oggi, di diverso, se smettessi di aspettare di sentirti "abbastanza preparata" per farlo?

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